Mercati: semestre positivo, ma il secondo tempo si gioca su inflazione e banche centrali
Un primo semestre positivo per i mercati azionari, che hanno attraversato anche le conseguenze tra Stati Uniti e Iran a cavallo tra il primo e il secondo trimestre, tensioni che hanno portato ad una iniziale volatilità e movimenti importanti su diverse materie prime, tra cui il petrolio. Come fa notare David Pascucci – market analyst di XTB – quest’ultimo è stato il protagonista assoluto del semestre, anche per la sua influenza diretta sulle aspettative di inflazione e sull’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato.
Vediamo qui di seguito la sua analisi su mercati azionari, inflazione e su quello che ci aspetta nel prossimo semestre.
Azionario: Giappone e Usa in prima fila nel primo semestre
Senza ombra di dubbio il Nikkei, l’indice giapponese, è quello che ha conseguito la performance più importante di tutti staccando nettamente gli altri globali, grazie ad una performance del 39,8% da apertura di gennaio a chiusura di giugno. Segue sicuramente il mercato americano con il Nasdaq con un 19,9% che stacca S&P500 fermo a +9,5% e gli europei relativamente più deboli come Dax a +1,75% mentre si distingue il Ftse Mib a +15%. Rendimenti ottimi dovuti ad un clima di risk on sempre attivo grazie all’inflazione, elemento fondante delle dinamiche di mercato e primo target da battere per gli strumenti finanziari offerti sul mercato.
Petrolio come nel 2022
In seguito allo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, il petrolio, anche in conseguenza delle precedenti tensioni in Venezuela, accelera al rialzo dopo aver raggiunto i minimi nel dicembre del 2025. Il rialzo del petrolio verso i 120 dollari, massimi raggiunti sul Wti, ha ovviamente spaventato gli operatori e le banche centrali in quanto uno dei driver principali dell’inflazione globale. L’andamento però, inizialmente pronosticato da molti analisti come assolutamente rialzista, con vette possibili tra i 150 e i 200 dollari al barile, ha avuto un andamento molto tecnico e molto simile a quanto visto nel 2022 in uno scenario simile. Infatti, il paragone con il 2022 è calzante: 6 mesi di accumulo, sprint rialzista con un raddoppio di prezzo, crollo del 30%. Questo scenario si è replicato quasi perfettamente nel 2026 e, come nel 2022, il massimo raggiunto nello sprint al rialzo è stato poi il massimo per i mesi successivi: nel caso del 2022 fu il massimo assoluto per gli anni a seguire. A livello fondamentale possiamo dire che il petrolio non è riuscito a fare mercato tra i 100 e i 120 dollari, il mercato non compra petrolio su quei livelli, l’economia non regge quei prezzi, il profitto marginale verrebbe eroso a tal punto da non generare più utile. Per questo motivo, il mercato ci ha comunicato, con il ritorno del petrolio nella fascia 70-80 dollari sul finire del semestre, una dinamica che riporta i prezzi a livelli che abbiamo visto tra il 2023 e il 2025.
Inflazione e la BCE
La Bce è l’unica banca centrale che è intervenuta sui tassi per raffreddare un’inflazione dovuta all’aumento del prezzo del petrolio. L’inflazione, infatti, è salita ovunque: negli Stati Uniti siamo al 4,2%, mentre in Europa abbiamo raggiunto il 3,2%, creando uno spread tra i tassi di interesse e l’inflazione alto, vicino all’1%. Questo spread ha costretto la Bce ad alzare i tassi, una mossa accademicamente corretta, ma che potrebbe rivelarsi un errore a livello prospettivo. Subito dopo il rialzo dei tassi, il petrolio ha cominciato la sua parabola discendente spingendo al ribasso le aspettative di inflazione in futuro, con conseguente possibile doppia pressione sui prezzi al ribasso. Se prima l’inflazione in Europa era legata strettamente al petrolio e al suo andamento, ora subisce la pressione al ribasso dovuta al rialzo dei tassi.
Warsh e la nuova Fed
Inizialmente visto come l’uomo di Trump pronto al taglio dei tassi, Kevin Warsh si presenta in occasione della prima conferenza stampa ufficiale della Federal Reserve con le nuove proiezioni economiche che vedono un rialzo dei tassi nella proiezione. Una vera e propria sorpresa considerando le premesse iniziali, ma questa non è stata l’unica. Molto importante è il ruolo delle task force che verranno istituite nel corso del secondo semestre del 2026, team di esperti deputati al controllo di variabili importanti per la Fed e per la politica monetaria. Delle 5 task force istituite, quelle più rilevanti riguardano sicuramente la revisione delle fonti dei dati, soprattutto alla luce dei dati del Bls che risultano anomali dal punto di vista statistico, specie per quanto riguarda il mercato del lavoro. Importantissima anche la task force relativa al controllo dell’inflazione, quest’ultima influenzata da indicatori lagging, ossia in ritardo. Il lavoro di questa ultima task force potrebbe essere quello di portare l’inflazione ad una lettura più “contemporanea” e più vicina in termini temporali alla situazione attuale dell’economia. Il mercato e gli operatori sono in attesa di questi aggiornamenti in quanto fondamentali per i dati che muovono proprio le decisioni della Fed e degli operatori di mercato.
Il nodo Giappone
Con la sua economia che si muove in senso opposto rispetto a Europa e Usa, il Giappone punta ad alzare i tassi oramai da anni. Il 2025 è stato un anno importantissimo per il Giappone, in quanto si segna l’uscita dalla spirale inflazione-deflazione vista negli ultimi 35 anni e dalla quale il Giappone sembra riuscita ad uscire dopo aver tagliato l’ultima misura atta a controllare l’inflazione, ossia la politica del controllo della curva dei rendimenti (Yield Curve Control). Il Giappone punta ad alzare i tassi, a rendere il settore finanziario meno accomodante per stabilizzare l’inflazione e per ritornare ad una condizione di equilibrio. Il problema, però, arriva sui mercati con l’andamento di UsdJpy che di fatto si trova ai massimi dal 1986, quindi lo yen è sui minimi da 40 anni. Questo è il vero problema che il Giappone ha tentato negli ultimi 4 anni di arginare con interventi diretti proprio sul mercato valutario, i primi nel 2022, l’ultimo sul finire dell’aprile di quest’anno. Il mercato vende yen e il dollaro continua di fatto ad apprezzarsi solamente contro lo Yen, che di fatto non è la valuta sulla quale il carry trade è il migliore. La palla passa alla Bank of Japan, divisa tra un rialzo dei tassi e un altro possibile intervento sul mercato valutario, al momento palesemente in attesa di condizioni ideali per intervenire, soprattutto condizioni tecniche che permettano una spinta al ribasso del cambio UsdJpy strutturale.
Titoli tech e concentrazione
In attesa delle prossime trimestrali, i titoli tech hanno chiuso il mese di giugno in negativo, proprio quei titoli che stanno spingendo al rialzo tutto il comparto di rischio, in quanto protagonisti assoluti di una rivoluzione tecnologica che porta investimenti massicci. Il problema non nuovo di questi titoli è la concentrazione della capitalizzazione, ossia la loro enorme mole sulla capitalizzazione complessiva del mercato: nella top 10 mondiale, ben 9 titoli (escludendo quindi Saudi Aramco) fanno parte della galassia tech con capitalizzazione che supera agevolmente i 1500 miliardi di dollari e raggiunge picchi intorno ai 5000 miliardi di dollari (Nvidia). Secondo alcuni indicatori come il Buffett Indicator, che mette in relazione la capitalizzazione complessiva del mercato azionario Usa con il Pil Usa, abbiamo un rapporto di 235% tra le due grandezze, una proporzione mai raggiunta da questo indicatore che supera agevolmente i livelli della bolla delle dotcom e risulta di conseguenza al suo valore piú alto dal 1950. Questo fattore indica come la situazione sul mercato azionario risulti effettivamente eccezionale in termini di performance e di capitalizzazioni, stiamo affrontando una situazione sui mercati mai vista prima.
Aspettative per il secondo semestre
Partendo dai fondamentali, il ruolo chiave è quello dell’inflazione. Il recente ribasso del prezzo del petrolio potrebbe spingere l’inflazione al ribasso portandola di nuovo ai livelli pre-guerra, riportando così la situazione alla “normalità”, cambiando drasticamente la view delle banche centrali sui tassi di interesse. Un ruolo importantissimo avranno le task force della Fed che potrebbe cambiare la view sull’inflazione, soprattutto se verranno introdotte nuove metodologie e nuovi dati che potrebbero cambiare i riferimenti degli operatori sui mercati. Le revisioni delle task force potrebbero riguardare anche i dati del mercato del lavoro in Usa che risultano del tutto anomali, infatti, dal 1948 ad oggi non abbiamo mai visto un tasso di disoccupazione salire così lentamente, altro dato fondamentale per le decisioni della Fed. L’andamento dei mercati azionari risulta essere prettamente tecnico e slegato al momento dai fondamentali, solamente un cedimento strutturale nel breve potrebbe indicare l’inizio di uno scenario ribassista nel lungo termine, condizione che iniziamo a vedere sui titoli tech ma che di fatto ancora non é un movimento tecnico corale che influisce ad esempio su mercati come quello europeo. Per quanto riguarda i titoli di Stato il tutto é legato all’inflazione e alle dinamiche sui tassi, solamente un ritorno dell’inflazione al ribasso potrebbe far partire un ribasso molto consistente dei rendimenti su tutte le scadenze. In sostanza, l’inflazione e il tasso di disoccupazione rimangono strutturalmente i driver principali, al momento il tutto é messo in dubbio dall’andamento del petrolio e soprattutto dalle revisioni possibili delle task force della Fed.

