Riduzione delle disuguaglianze o polarizzazione della ricchezza?

La manovra di bilancio 2023 non si preoccupa della
crescita inclusiva ed è tutt’altro che espansiva
A cura di Paolo Costanzo, economista e autore
del libro appena pubblicato da Bookabook “Italia al bivio

La legge di bilancio 2023, disegnata dal nuovo esecutivo, sembra dettata dalle logiche del consenso elettorale immediato. Innovazione, istruzione e formazione sono estranee all’agenda politica del Governo, come pure le politiche sociali volte a ridurre le disuguaglianze e la povertà (anche educativa). Si privilegiano misure che comportano minori entrate e non quelle che possano permettere la crescita della produttività, correlata alla scarsa formazione del capitale umano e allo scarso livello degli investimenti quali ad esempio quelli nella ricerca. La sostenibilità ambientale e il dissesto idrogeologico, nonostante rappresentino un’emergenza, non sono oggetto di attenzione.

Il testo della legge, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato e inviato alla Camera il 29 novembre prevede, per il 2023, un livello di emissioni di nuovi Titoli di Stato superiore ai 500 Mld, 400 dei quali necessari a rifinanziare i titoli in scadenza. L’inversione di tendenza della politica monetaria dell’Eurosistema imporrà al nostro Paese di tornare a collocare i nuovi BTp sul mercato senza la copertura della Bce che ha accompagnato tutte le emissioni dall’inizio della pandemia. L’auspicio è che, dato il forte livello di indebitamento, l’azione di Governo sia improntata alla massima prudenza, non si presti alla ulteriore riscossione delle promesse elettorali dannose per i conti pubblici e sia orientata all’efficace allocazione delle risorse del PNRR oltre che all’adozione delle riforme in esso previste. È sufficiente un’irresponsabilità per rimettere il destino dell’Italia nelle mani sovrane di chi controlla il nostro debito pubblico. La spesa pubblica è di quasi 1.200 miliardi di euro, poco meno del 60% del Pil, per il 40% legata alla spesa pensionistica e registra un incremento di 90 miliardi rispetto al 2022. L’impennata della spesa pubblica, determinata in particolare dall’inflazione energetica, è stata mitigata dalla ridotta rivalutazione delle pensioni medio-alte e dal rinvio dei finanziamenti ai rinnovi dei contratti della Pa.

Per alcuni comparti (in particolare sanitàscuola e, in generale, pubblico impiego) gli stanziamenti sono di molto inferiori all’inflazione prevista e la manovra da 35 miliardi, per 22 mld si qualifica per gli aiuti a fronte dei rincari energetici che coprono solo il primo trimestre del 2023, nella speranza che poi la situazione si normalizzi. Non si è tenuto conto della circostanza che le scadenze segnate dal PNRR sono molto precise, i programmi di spesa andranno presentati entro il 2023 e le risorse spese entro il 2026. Investire nel capitale umano necessario ad accrescere le capacità amministrative e progettuali sarebbe stato estremamente opportuno. Si è preferito introdurre misure volte ad assecondare parte delle promesse elettorali. Lo sono ad esempio la flat tax, iniqua nei confronti dei redditi bassi e per chi non ne può beneficiare, la tregua fiscale che premia chi è stato poco fedele con il fisco, Quota 103 che accrescerà l’esercito di 16 milioni di pensionati quando il Paese ha un disperato bisogno di forza lavoro e sarebbe necessario disegnare una riforma delle pensioni che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita in un impianto sostenibile, ancorato al sistema contributivo. L’intervento sul reddito di cittadinanza, misura importante per ridurre la povertà, avrebbe dovuto essere finalizzato a favorire chi ha più bisogno e a ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro. Iniziare a ricalibrare il sistema del welfare con una visione volta a generare la capacità di tutela dei nuovi rischi sociali avrebbe potuto essere il primo passo verso la riduzione delle disuguaglianze. A dispetto dei proclami, la pressione fiscale si riduce di un modesto 0,2 per cento del Pil, dal 43,4 al 43,2. Giova poi segnalare l’aumento del contante a 5.000 euro e l’innalzamento dell’obbligo di accettare pagamenti tramite POS a 60 euro che rappresentano una battuta d’arresto nella lotta all’evasione e che quindi si rifletterà in minori entrate.

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